COSÌ COMINCIÒ A CADERE L'IMPERO
di Antonio Negri
Mentre si preparava Genova, il Corriere della Sera e altri giornali
ripresero l'infame e ingenuo "rap" di Pasolini su Valle Giulia, quello sui
poliziotti "figli del popolo" e gli studenti "figli di papà". Ma la
situazione s'era rovesciata, anche se i nostri nuovi Ojetti (giornalisti di
successo e del tutto unisoni al potere... parlo dei vari Stella e Merlo e
della sindrome retorica che li caratterizza) non se ne sono accorti. Il
lavoro di Genova è infatti precario. I giovani che hanno manifestato a
Seattle, a Göteborg, a Quebec City, a Genova son davvero "figli del popolo",
non hanno né avranno un salario duraturo, mentre invece i poliziotti di
Genova son pagati a tempo indeterminato, con laute indennità nelle
situazioni scabrose, con pensione a 45 anni e certezza di un altro lavoro
non appena i loro capelli ingrigiscono. È strano che i protagonisti di
regime non comprendano queste piccole novità: il lavoro di Genova è quello
di "operai sociali", mobili flessibili poveri intelligenti aleatori
radicali...
È questa una nuova composizione del proletariato, ovvero - come si usa dire
oggi - della moltitudine, di una moltitudine "con i capelli corti" e con il
P.C. ("personal computer", ovvero un'autonoma capacità di lavoro, ovvero
portarsi nel cervello lo strumento di lavoro e non aver bisogno che il
padrone te lo impresti in cambio del lavoro). Questa gente non capisce
perché deve avere un padrone e soprattutto non capisce perché il
capitalismo, il mercato capitalistico, la globalizzazione capitalistica
degli scambi debbano essere considerati "naturali", necessari ed essenziali,
sicché i poveri negretti sono messi ad un lavoro da schiavi mentre i
proletari dell'Occidente sono lasciati senza un lavoro. Non capisce perché
il G8 gestisce un mondo dove la povertà è divenuta una condizione comune, e
l'ostentazione della ricchezza e il potere che la garantisce sono diventati
la sola morale. No. Questa situazione indigna. La moltitudine di Genova è
povera e indignata. Per evitare ulteriori disastri sarebbe bene che Stella e
Merlo ricordassero quanto, nell'epoca lontana in cui Piero Ottone dirigeva
il Corriere della Sera, Goffredo Parise scriveva in prima pagina: "Una cosa
veramente bellissima sarebbe che i "borghesi" (quelli che si offendono,
quelli che scrivono lettere ai giornali) capissero una volta per tutte che i
poveri hanno sempre ragione, in tutti i sensi e in tutti i campi".
I sociologi militanti ci dicono che la precarizzazione è femminile. Il
lavoro si fa femmina con la precarizzazione, esprime cioè quella confusione
di produzione e riproduzione, di lavoro e servizio che (da tempi
immemorabili) caratterizza il lavoro delle donne. Confusione del tempo della
vita e del tempo del lavoro. La moltitudine precaria che stava a Genova, e
che la violenza dello Stato e l'arroganza del G8 hanno spinto in un'orgia di
repressione, era femminile. Femminile fu dunque sottrarsi allo scontro.
Agnoletto e Casarini, nell'assemblea dello stadio, hanno raccolto questa
sensibilità, rifiutando la continuazione dello scontro nella notte, dopo
l'assassinio di Carlo Giuliani. Se non lo avessero fatto, ancor di più
saremmo sprofondati nel caos e nella morte. Ricordo qualche notte di
guerriglia urbana nei primi anni '70: tra Mirafiori e Nichelino, a partire
da Corso Traiano, oppure a Porto Marghera, sui ponti per Venezia, o ancora
sulle barricate che difendevano le occupazioni delle case, dei quartieri, a
San Basilio o a via Tibaldi... In ogni luogo, di notte, la polizia sbandata e
impaurita era diventata una bestia feroce. Anche noi eravamo cattivi,
resistevamo come guerriglieri. Ma adesso è tutto diverso. Non ci sono
avanguardie ma moltitudini sulle barricate, non ci sono i black bloc
esaltati ma lavoratori precari, mobili flessibili poveri intelligenti
aleatori radicali... Donne e ragazzi. Molti portano l'orecchino. Tanto
orribile e orribilmente simbolico, quanto l'assassinio di Carlo Giuliani, è
lo strappo di un anello dal naso di una ragazza incarcerata a Bolzaneto. La
parola d'ordine della stragrande maggioranza dei manifestanti di Genova fu
dunque quella di sottrarsi alla violenza. È la traduzione del desiderio del
proletariato sociale e precario di sottrarsi allo sfruttamento del lavoro.
Una parola d'ordine di esodo: no alla violenza e al lavoro. Andarsene da
questa mefitica atmosfera di violenza, nella quale si trovano così bene
fascisti e poliziotti, G8, diplomatici e cinici giornalisti... andarsene,
rompere il rapporto, rifiutare la comunicazione, far saltare la possibilità
di stabilire con noi un rapporto di comunicazione... Così caddero gli Imperi.
Leggete Gregorovius, ma già prima Montesquieu e Gibbon.
C'erano un sacco di frati suore e preti, nonché di giovani cattolici e
protestanti e anche musulmani (a differenza del '68, mancavano i giovani
ebrei, perché?). Un movimento religioso, questo di Genova? Un movimento
organizzato sulla compassione? Ai padroni capitalisti, che quando hanno
paura del desiderio e dell'utopia, sanno essere atei e massoni, è parso
così. Idiozie. C'è una religione che va verso l'alto, verso le delizie
mistiche e le nebbie del new age, - questi signori compassionevoli furono
sicuramente assenti da Genova. C'è di contro una religione che si assembla
in basso, che non è compassione ma fratellanza, passione vissuta con gli
altri, i poveri, gli afflitti, gli sfruttati, i precari e i depressi, i soli
e i malaccompagnati, i carcerati e - come dicono spesso la Torah ed il
Vangelo - con le vedove... È una religione dei corpi, una religione che ha una
compassione biblica della donna che ha perduto l'uomo con il quale godeva.
Quest'ultimo tipo di religione era davvero presente a Genova. E fu
bellissimo vedere don Ciotti e don Gallo danzare il rito degli indiani della
prateria e del desiderio. È in questi momenti, nei quali la compassione
diviene costruzione di un destino comune, nei quali generosità e dono si
oppongono alla ragione di scambio mercantile - non nell'ipocrisia di buie
chiese ma nella chiarezza di una protesta gridata a livello globale,
mondiale, missionario... - ecco, è in questi momenti che la religiosità si
rivela. Essa fa parte, necessariamente, di quel gran movimento di esodo dal
capitalismo che le moltitudini di Genova stanno disegnando.
Attorno a Genova si sono mossi i fantasmi del passato. Zombies. Partito di
lotta che è diventato solo partito di governo, il caso dei Ds è stato
particolarmente imbarazzante. Non parlo della linea schizofrenica tenuta nei
confronti del Genoa Social Forum, né delle minacce rivolte a quei militanti
(soprattutto sindacali) che volevano partecipare alle manifestazioni. Il
problema è altro, riguarda la compromissione profonda di questa forza
politica (già nella sua tradizione) con le istituzioni statali e sociali
della disciplina e del controllo. I Ds (come i loro progenitori del Pci a
partire dal secondo dopoguerra) non hanno mai considerato la protesta
popolare come una forza autonoma che si contrappone alle istituzioni
capitalistiche né come l'espressione di una potenza che manifesta
autonomamente la propria etica e il proprio progetto di civiltà. Al
contrario: la protesta popolare doveva (e deve) essere sempre trattenuta
dentro un compromesso politico con lo Stato. Ciò poteva essere comprensibile
(ma non giustificabile) quando il Pci si poneva in uno schieramento
internazionale, nel quale appunto il compromesso rappresentava la regola
adeguata al reciproco "containement" dei blocchi... Riprendere e rinnovare
oggi questo schema, quando non ci sono più l'armata rossa né la vittoria di
Stalingrado a sostenere un disegno strategico, quando la caduta del muro di
Berlino ha registrato la natura cancerosa dei compromessi burocratici
nell'evoluzione del "socialismo reale" - bene, rinnovare, com'è stato fatto
e come sarà ancora fatto, quello schema di compromesso, significa oggi
solamente essere corrotti. Genova ha rivelato la corruzione delle forze
politiche dell'opposizione quando hanno assunto il ricatto sull'ordine
pubblico, la mistificazione propagandista sulla "violenza", o addirittura la
difesa della globalizzazione capitalista, come criteri per svalutare il
movimento. Ma il movimento di Genova - che viene da Seattle e dalle foreste
del Chiapas, dai quartieri di Los Angeles e dai banthustan dell'apartheited,
- il movimento di Genova è l'armata a cavallo di Budyenni...
Sono crollati davanti alla fotografia. Il controllo sociale postmoderno
vuole essere sottile e continuo, finge la trasparenza. Qui invece i corpi
tumefatti e i manganelli inferociti son posti in un nesso causale diretto e
orribile che riporta l'immagine del controllo all'incubo del supplizio.
Berlusconi è proprio un ignorante: faceva soldi nell'edilizia, in quegli
anni lontani, quando i giornali e le Tv americane tentavano (invano) di
bloccare la diffusione delle fotografie dal Vietnam e il disfattismo
rivoluzionario che esse inducevano... Avrebbe dovuto tuttavia ricordare la
formidabile strategia mediatica messa in atto, durante "la tempesta nel
deserto" da Schwarzkopf, dal Pentagono e dalla Cnn - la visione, l'immagine,
e quindi la sofferenza e la morte, furono allora evacuate attraverso una
rigida ed estetica censura. Meglio Sgarbi che De Gennaro, caro Berlusca, a
dirigere una polizia all'altezza dei tempi... A Genova le più sofisticate
tecniche del controllo mediatico sono saltate. Ogni ragazzo aveva una
camera. Inflazione da fotografia, inflazione di corpi e di singolarità,
inflazione di crudeltà e di stupidità. Da un lato il Black bloc e la
polizia, mai uno sguardo (neppure della Bianca Berlinguer e del Toni
Capuozzo) sull'enorme prestanza del corteo. Ma la moltitudine è singolare, e
ogni singolo aveva un camera: ecco dunque una moltitudine di fotografie che
si rivela arma più acuminata di un manganello trasformato in strumento di
tortura. Tutti guardavano, a Genova, ma nessuno era un guardone. Il Grande
fratello si è a Genova liberato dai suoi padroni, dagli specchi e dal
narcisismo e dalla perversione. Guardare era resistere, era produrre
un'immagine contro il controllo, una parola contro il linguaggio del potere.
Lo confesso: ho amaramente sorriso quando ho visto la diretta del pogrom
poliziesco alla scuola Diaz-Pertini... Il giorno dopo, parlando con un
compagno che ha fatto un ventennio di galera, insieme di nuovo amaramente
sorridemmo mentre ci arrivavano le notizie di quello che era avvenuto a
Bolzaneto. Queste carneficine non sono frequenti ma neppure rare nelle
carceri italiane: sono, per così dire, normali in caso di necessità. Per
quanto personalmente mi riguarda posso testimoniare di almeno tre massacri
visti in carcere, negli anni lunghi della mia detenzione, a Rebibbia, a San
Vittore e nel supercarcere di Trani... Ogni carcerato e ogni militante a
favore dei carcerati, sia prete o laico, può testimoniare decine se non
centinaia di casi di tortura e di violenza indiscriminate.
Il caso di Sassari fu l'ultimo, l'anno scorso, la documentazione
dell'Associazione Antigone è impressionante. Ora tutti hanno visto quale e
quanta possa essere la violenza che gruppi di giovani poliziotti, aizzati,
sanno esprimere. A Trani il sangue era spalmato in maniera omogenea sui muri
dei "passeggi" e c'era più gente con le dita spezzate nel tentativo di
proteggere la testa dai colpi dei manganelli che teste indenni. Ci scappava
da ridere, con il compagno di galera: qui almeno, alla Diaz, a Bolzaneto, ci
sono medici che passano fingendo di curarti; da noi, allora, si stette tre
giorni e tre notti all'addiaccio senza vedere un medico. Fu un Natale
raccapricciante ma diverso! Evviva! A Genova era pieno di registi
cinematografici: aspettiamo i loro prodotti. I film americani ci mostrano
bestie-poliziotti in azione nelle carceri. Speriamo che il cinema italiano
abbia, un giorno non troppo lontano, la verità di quello americano. E
soprattutto, dietro il mio amaro sorriso, c'è un desiderio: che i nostri
gentili intellettuali, la nostra intelligente sinistra, i nostri sognanti
terzomondialisti facciano una capatina nelle nostre carceri. "I care!". Diaz
e Bolzaneto non sono un eccezione... se poi qualche cineasta volesse occuparsi
di galere, seriamente, il mio compagno ed io, con una frustrata ironia
potremmo da subito offrire due sceneggiature: l'una su massacri
indiscriminati e su trasferimenti turbolenti da carcere a carcere; l'altra
sui pazzi (gente che era matta o che lo è divenuta in carcere) chiusi nelle
carceri... Sceneggiature gratis. Cose forse più orribili di Diaz e Bolzaneto...
Perché occorrono cose mostruose affinché un movimento esca di verginità?
È strano come tutto vada in fretta. Il giorno dopo il massacro di Genova. Mi
chiama un compagno per raccontarmi quello che lui ha vissuto. Conclude il
discorso dicendomi, intempestivamente: Bisogna tornare al sociale... in
autunno dobbiamo essere pronti a resistere, a rispondere, a lottare! È
strano come tutto vada in fretta: quello stesso compagno, solo un mese fa,
mi avrebbe fatto un discorso quasi pessimista, carico di sensi acuti di
difficoltà o di impossibilità... Ora mi parla dei contratti degli operai
metallurgici: cose che credevo perdute in un'altra eroica epoca!
Invece no: il compagno aggiunge che i sindacalisti hanno ormai compreso che
non si tratta solo di difendersi ma soprattutto di costruire un fronte
comune con quelli di Genova, i precari mobili flessibili poveri intelligenti
aleatori radicali... Reagisco esprimendo qualche dubbio. Mi risponde: se i
metallurgici non si alleano con i precari, fra qualche anno saranno anche
loro tutti precari... Il sillogismo torna: il padronato spinge la classe
operaia al precariato; la via di resistenza indicata dal sindacato (la fuga
corporativa, la costruzione di una aristocrazia operaia) non tiene, meglio,
la sconfitta sta per essere definitivamente sanzionata, in autunno, nella
globalizzazione; che fare, allora, se non anticipare un fronte forte di
tutti i precari (anche metallurgici)? Prego il mio compagno di non
semplificare troppo le cose. Mi resta tuttavia in testa che questa soluzione
è la più logica e che, comunque, vista la velocità che ha preso la nostra
storia, quell'anticipazione paradossale del destino degli operai della "old
economy" non costituisce solo una conclusione logica ma una possibilità
concreta... Non hai visto, incalza il mio compagno metallurgico, quanti erano
i giovani lavoratori della "old economy", i "nuovi assunti" fra la gente di
Genova? Certo, non puoi aver visto: erano indistinguibili dagli altri. Erano
sussunti dai loro coetanei precari, la classe operaia si ritrovava nella
moltitudine. Così la ricomposizione delle lotte si fa nel segno della
moltitudine e quando si parla (come Genova ci impone di farlo) di un nuovo
"ciclo di lotte", questo è egemonizzato dalla moltitudine.
Nelle giornate di Genova, dei compagni scherzavano: "se la sinistra vuole
riconquistare Bologna deve allearsi con i Wu Ming". Ma altri ribattevano:
"che un cammello passi dalla cruna di un ago, è più facile che non vi passi
la sinistra!".
La cruna dell'ago l'avevano infatti costruita i Wu Ming... Quanta saggezza in
quei giorni di Genova: vecchi compagni comunisti riconoscevano che il
compromesso democratico non solo non paga ma cercarlo è, nella
globalizzazione, operazione masochista; dunque, concludevano, dobbiamo
aprirci al movimento dei movimenti, dobbiamo apprendere da esso e cominciare
a respirare un po' d'aria buona... Ma perché il movimento dovrebbe accettare
questa alleanza quand'anche fosse, onestamente, davvero proposta? Il
movimento agisce già sul terreno globale, i suoi tempi, le sue lotte sono
definite nella globalizzazione.
Esso è nomade, la sua strategia è quella dell'esodo dalle prigioni
nazionali, è un gran serpentone che collega nel suo movimento, e ibrida e
trasforma, gli spazi e i tempi della Terra. Esso riconosce il Sud nel Nord e
il tempo della rivoluzione dentro le metamorfosi del modo di produzione.
Questo movimento è egemone: lo trovi, senza contraddizione, nel centro
dell'Europa e nel mezzo delle foreste del Chiapas; negli States e nei
deserti e nelle megalopoli africane; nelle rivolte degli studenti
indonesiani e nel crescere di una resistenza indignata dell'intellettualità
russa... La sinistra italiana ha una sola possibilità: mettersi al servizio di
questo movimento egemone. (D'altra parte questa riallocazione dei poteri,
fra sinistra e movimento dei movimenti, è già iniziata, ben prima di Genova.
A Genova si potevano già vedere molti deputati e molti amministratori locali
il cui riferimento politico non son più i vecchi partiti parlamentari ma il
movimento. La legittimazione dell'azione amministrativa è data dai bisogni
che i movimenti interpretano, si piega e si conforma alle esigenze di
movimento e alla generosità degli operatori di base... Nella mondializzazione
la "traslatio" dei poteri si sta realizzando in due sensi: da un lato c'è il
potere imperiale; dall'altro c'è il movimento di riappropriazione della
ricchezza e della libertà... Cosa ci sta a fare la sinistra e la sua lugubre
tradizione, qui in mezzo? Il comunismo è una cosa troppo seria per lasciarla
ai cammelli. Viva i Wu Ming!).
Il massacro di Genova non viene dal niente, dal caso, non è un
"inconveniente". È stato deciso. La stampa si è sbizzarrita. Ipotesi: è
stato deciso da Fini contro Berlusconi, dai Carabinieri contro la Polizia,
da Guzzanti contro Ferrara... Sciocchezze. Alla base di questa decisione, come
spesso avviene, non c'è una volontà chiara ma un'oscillazione di intenti:
qual è il governo mondiale che vogliamo, si chiedono politici e poliziotti?
L'azione repressiva segue alla risposta che essi danno al quesito. Le
alternative sono (meglio, sembrano essere) due. C'è da un lato il modello
che fino ad oggi pareva vincente, quello di un Impero aristocratico, dove
aristocratico significa la finanza internazionale e le multinazionali
produttive. In questo modello l'aristocrazia media fra un potere monarchico
centrale (sommariamente, esso è oggi soprattutto rappresentato dalla
capacità militare, monetaria e comunicativa del presidente Usa, dalle tre
Roma che lo costruiscono: i militari di Washington, i finanzieri di New
York, i commedianti di Los Angeles) e una democrazia che, attraverso l'Onu,
le Ong, i movimenti, si esprime sulle piazze del mondo. V'è dunque un
movimento che modera il potere imperiale: a questo movimento è opportuno
lasciare spazio. Ma c'è un'altra ipotesi un po' più reazionaria. Non sono
Fini e Baget-Bozzo che l'hanno prodotta, né i loro accoliti nelle polizie e
nelle chiese, ma capita che ci si trovino bene dentro - per tradizione
ideologica o teologica.
È l'ipotesi dell'Impero bizantiso le quali si produce del valore a partire
dal lavoro e dalla terra si chiudono in maniera mistica. Nelle grandi
conchiglie absidali che racchiudono i mosaici bizantini, c'è il sovrano,
circondato dai dodici apostoli e dai segni dell'Apocalisse. Insomma c'è
gente (al potere) che pensa che la libertà di produrre e di appropriarsi
della ricchezza, da parte dei padroni, sia senza limite, e che questa
libertà vada protetta in maniera assoluta. Nel presente e nel futuro lo
scudo spaziale significa questo: un investimento contro l'a-venire, contro
ogni resistenza a-venire. Torniamo a noi. A Genova hanno vinto, sul lato del
potere, i bizantini, i fascisti, i clericali; ma non quei piccoli italici
inservienti (quei caporali, avrebbe detto Totò) che si mostrano fra Palazzo
Chigi e Montecitorio: la cosa è più pericolosa perché è al centro
dell'Impero che si ragiona su queste alternative. Ma Genova risponde
anticipatamente: essa è una discesa di barbari, un'eruzione vulcanica, la
sola innovazione possibile.
La morte di Carlo Giuliani: anche questo è Genova. Un semplice ragazzo che
risponde alle provocazioni della polizia, del potere bizantino, armandosi di
quello che trova per strada, sassi e bastoni. Viene ucciso. È assassinato.
Lo si accusa di essere violento: ma è violenza indignarsi? Spinoza definisce
l'indignazione come l'odio verso qualcuno che ha fatto male a un altro. E
aggiunge che nell'indignazione sembra mostrarsi una specie di equità. Ma
oggi, oltre Spinoza, v'è un ridondare, un'eccedenza di amore che circola
nella società dei giovani, nel nuovo modo di produrre, nella nuova
composizione di classe, fra quegli uomini precari poveri intelligenti che
sono l'innovazione del mondo - v'è dunque un'eccedenza di amore che va oltre
l'equità dell'indignazione. Nell'estremo sacrificio di Carlo Giuliani noi
leggiamo una violenza trasfigurata da amore. Avevamo prima detto che il
movimento tesseva la sua soggettività sul lavoro femminile, meglio, su un
lavoro che si era fatto donna. Anche nella tragedia di Carlo Giuliani
leggiamo questo amore debordante e smisurato: la povertà che è vicina al
morire, riorganizza nel morire il suo amore per il mondo, per la
trasformazione, per l'a-venire.
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And so began the fall of Empire
During the preparations for Genova, the coiere della sera and other newspapers resumed Passolini’s infamous and niave rap on Valle Guilia, that on the ‘policemen, people’s children, and the students…. But the situation had been reversed, even though our new ojetti (successful journalist in complete unison with power…I am thinking of the various Stella and Marlow and that rhetorical syndrome that characterises them) have not realised it. The labour in Genoa is as a matter of fact precarious. Young people who demonstrated at Seattle, Gothenburg, Qubec City and Genova are truly people’s children. They niehter have nor will achieve a permanent salary whilst on the other hand the policemen in Genoa have permanent contracts and generous indemnities in scandalous situations, with pension guaranteed at 45 years and the certainty of another job as soon as their hair turns grey. It is strange that the protagonists of the regime do not comprehend such small novelties; the labour in Genoa is that of the ‘social workers’, mobil, flexible, poor, intelligent, aleatory and radical…this is the new composition of the proletarian, i.e. – what is today called the multitude, of a multitude ‘with short hair’ and with the PC (‘personal computer’ or an autonomous capacity to work who carry in their brains the instruments of labour that are no longer lent by the boss in exchange for labour) These people do not understand why they have to have a boss and especially do not understand why capitalism, capitalist markets and captialistic globalisation of exchange should be regarded as natural, necessary and essential, so that the poor little negros are put to work as slaves whilst the proletariats of the west are left without a job. They do not understand why the G8 rules a world where poverty has become a common condition, and the ostentation of wealth and the power that protects it have become the sole ethic. This situation fills one with indignation. The multitude in Genoa is poor and indignant. To avoid further disasters Stella and Marlo should remember what, Parise wrote on the front page of the Corriere della Sera a long time ago; “it would be really wonderful if the Bourgeoisie (those who get offended, those who write letters to newspapers) understood once and for all that the poor are allways right in all senses and in all domains.” Militant sociologist tell us that precariousness is feminine. Labour becomes femine through precariousness, i.e. it expresses that confusion of production and reproduction, of work and service that for as long as we can remember has characterised womens’ labour. Confusion between the time of life and the time of labour. The precarious multitude that was in Genoa and that the state violence pushed into an orgy of repression was feminine. It was feminine therefore to avoid the clash. In the meeting at the stadium, Anioletto and Casarini took up this sensitivity in refusing to continue confrontations through the night after the murder of Carlo Guilani. If they hadn’t done it we would have fallen even more into chaos and death. I remember some nights of urban riots in the early 70’s; between Mira Fuori and Nikilino…everywhere at night a scared and deranged police became a ferocious beast. We were nasty too, we resisted like warriors but now everything is different. There are no vanguards but multitudes on the barricades, there are no exalted black blocs but precarious workers, mobile, flexible, poor, radical.
L’ERUZIONE VULCANICA
DEL POPOLO DI SEATTLE
Antonio
Negri
Il G8, che cos’è? La riunione dei capi di Stato
dei paesi più ricchi. Non è bello che dei dirigenti politici, soprattutto se
democratici, si autoselezionino e si incontrino sulla base della loro
ricchezza... Così tuttavia vanno le cose del mondo. Ma il G8 non è solo questo.
Esso rappresenta anche un’importante dinamica politica, il luogo in cui - progressivamente
- si costruisce il comando sul pianeta. L’Organizzazione delle Nazioni Unite è
esaurita: sopravvive intrisa da duraturo discredito e da un inesorabile
affievolirsi delle sue finanze. Il G8, di contro, è chiamato ad agire con
urgenza: il mercato globale cerca un governo. Non s’è mai visto un mercato, pur
piccolo, senza governo. Il mercato - diceva Polanyi - più grande è, più ha
bisogno di governo. Ora, questo governo sta formandosi, è il G8, e qualcuno lo
chiama già governo dell’Impero. Si tratta di una nuova concentrazione di
sovranità che va al di là degli Stati-nazione e che non ha più un «fuori» da se
stessa. Impero, dunque: ma quale? In genere, a definire l’Impero ci sono tre
poteri: un monarca, un senato aristocratico, e poi dei popoli. Come si
combinano, e secondo quale metodo, queste potenze nell’Impero? Per rispondere
alla questione abbiamo due modelli estremi: il primo è romano, l’altro è
bizantino. Nel primo modello, al monarca si accompagna il potere dell’aristocrazia
(che qualche volta elegge lo stesso monarca). Quanto al popolo, esso è organizzato
in comizi tribunizi che espongono, e talora impongono, ai grandi i loro bisogni.
Insomma, è una macchina, questa, che produce un certo consenso: non toglie l’unità
del potere egemonico (nel nostro caso, con ardita metafora, la centralità della
potenza militare, monetaria e comunicazionale del capitalismo americano) ma la
conforta e cerca di moderarla nel concerto multinazionale dei produttori di
ricchezza. In questo senso l’Impero non è americano ma davvero cosmopolita, è l’Impero
del capitale collettivo. Subordinatamente, poi, ma non meno effettivamente, vi
sono le nazioni, soprattutto quelle povere e proletarie, che debbono essere
rappresentate nella struttura istituzionale dell’Impero, per pietà dei poveri e
per necessità demografiche, per promuovere la concorrenza nella divisione
internazionale del mercato del lavoro, per evitare rivolte (la cui repressione
è spesso molto costosa e moralmente fastidiosa). Eccolo dunque, qui esposto, un
primo modello - romano, latino, à la Polybe, ma anche riformista, «liberal»,
newdealistico... Ma c’è un altro
modello d’Impero: è quello bizantino. Qui il ricambio, la sussidiarietà dei tre
poteri si interrompe. Il potere monarchico si prende tutto. E’ uno scudo
stellare quello nel quale esso si ripara. Le reti multinazionali attraverso le
quali si estrae valore dalla terra, si stringono allora misticamente. Attorno
alla maestà divina, nei grandi mosaici bizantini, appaiono i dodici apostoli e
gli animali dell’Apocalisse. Insomma, a taluni sembrò (e sembra) che la libertà
di produrre e di appropriarsi della ricchezza e la mano invisibile del mercato
potessero essere protetti solo da così forti strutture di potere e comunicate
solo da così astratti simboli. Può
darsi.
Non sembra tuttavia che le élites multinazionali
del capitale collettivo si siano ancora rese conto del gran guaio che sarebbe
per loro mostrarsi come élites bizantine. Tutti sappiamo che il rapporto fra
come ci si mostra (come si rappresenta il potere) e quanto si concede, si
redistribuisce, si democratizza, è fondamentale nella percezione dello stile e del
tono dei regimi politici. A Genova anche le quisquiglie saranno importanti. Il popolo di Seattle, nella lunga strada ed
esperienza che lo conduce a Genova, pone dunque un problema di definizione. Se
non si deciderà fra modello romano e bizantino di Impero, nelle frattaglie di
tempo che ci baluginano innanzi, avremo probabilmente non una calata di
barbari, (impossibile in questo mondo globale ed imperiale «senza fuori»), ma un’eruzione
vulcanica. Temerla o augurarsela è divenuta l’alternativa etica attuale.
Interview:
Il popolo di Seattle è vittima di un equivoco, le
biotecnologie non sono un male e il potere operaio possiamo scordarcelo... In un libro uscito in Francia Toni Negri rifà
i conti con la storia. Gli abbiamo chiesto che cosa si è messo in testa. E ora
il cattivo maestro vuole la globalizzazione di Attilio Giordano Roma. Il
professor Antonio Negri è affidato ai servizi sociali. Non deve più andare a
dormire in carcere, la sera. “Non posso uscire dopo le 22. Comunque, certo, è
molto meglio di prima”. A 68 anni il “cattivo maestro” sembra aver ingentilito
le sue tesi, lo sguardo è un pò meno tagliente. Se richiesto parla
malvolentieri dei “tanti errori” e non ha perso una certa superbia
intellettuale: aggiunge subito, infatti, che gli errori sono stati da entrambe
le parti:”Nessuno ha cercato di recuperare i rapporti con la nostra
generazione, come è accaduto, per esempio, in Francia o in Germania”.
In questi anni, e precisamente “tra la guerra del
Golfo e quella del Kosovo”, Toni Negri ha scritto un libro insieme ad uno
studioso americano, Michael Hardt. Vi si descrive l’impero nel quale tutti
viviamo (Empire, Exils, Parigi). Il libro ha suscitato un dibattito vivace in
Francia, dove Negri ha vissuto - in latitanza per la giustizia italiana -
insegnando, tra l’altro, all’Università di Parigi e presso altre prestigiose
istituzioni culturali.
“La Francia con me è stata ospitale. Mi pare una
questione di civiltà: d’altronde basta guardare le televisioni e i giornali
italiani, o l’editoria, per comprendere la differenza tra i due Paesi”. L’impero,
secondo la tesi di Negri, è il nuovo potere planetario che si fonda sull’aristocrazia
delle multinazionali; ma nel quale convivono anche il potere monarchico del
Presidente degli Stati Uniti - enormemente condizionato dal primo - e quello
democratico degli sfruttati e degli esclusi. E’ il superamento degli Stati
nazionali, il nuovo ordine delle cose. “La
globalizzazione”, dice Negri seduto nel suo salotto, al centro di Roma, “al
contrario di quel che alcuni credono è un fatto certamente positivo, da salutare
con entusiasmo, nato dalle lotte degli sfruttati. Opporsi all’idea globale è un’idea
perdente e reazionaria. E chi oggi viene definito, come quelli di Seattle,
antiglobalizzazione, paga il prezzo di un equivoco, di un’incomprensione: la
lotta è contro il capitalismo globalizzato, non contro la globalizzazione”. E
quelli come Josè Bovè, che difendono la cultura, e persino l’agricoltura, nazionale?
“Non esistono più culture nazionali. La Francia si aggrappa in modo folcloristico
alla sua, ma il discorso è già archiviato. Bovè, al contrario di quello che può
apparire, è un uomo aperto, cosciente della realtà: lui difende la sua cultura,
il suo formaggio, non l’idea di nazione. Anch’io difendo la mia cultura veneta
e il mio formaggio. Ma provo orrore per tutto ciò che è la difesa degli Stati
Nazionali. Gli stati nazionali sono stati la sporcizia della storia, nell’Ottocento
e nel Novecento: hanno fatto milioni di morti, il nazismo, il fascismo, il
socialismo reale. Il loro superamento non può che essere salutare...”
Come nasce questo impero?
“Non può esistere un mercato globale senza un potere
che lo governi. L’impero ha la sua moneta planetaria, che è il dollaro,
sganciato dall’oro, ha la sua giustizia - fatta di accordi privati, contratti,
arbitraggi internazionali - decreta gli stati di guerra e quelli di pace.
Decide se una guerra va fatta, e già si sa che non può perderla, decide se
svolgere l’attività di polizia negli Stati ai bordi dell’Impero...”.
Si riferisce all’Onu? O alla Nato?
“No. E neppure agli Stati Uniti. E’ l’insieme dei
poteri, non più nazionali, che governano il mondo. Io e il mio collega
americano tendiamo a ridimensionare l’idea degli Stati Uniti padroni del mondo.
Basta vedere come è stato eletto Bush, con quale ruolo delle multinazionali,
non solo negli Stati Uniti. E’ una riedizione dell’Impero romano descritto da
Polibio: sovrano, aristocrazia e democrazia convivono in esso. L’Impero è la
sintesi. Ma se c’è un potere globale, c’è
anche una globalizzazione della controparte, della lotta. Per questo dico che
viviamo in un’epoca di grande entusiasmo, mai si sono avute prospettive più
aperte. Lo stesso Impero è il frutto della storia moderna, dunque è anche il
risultato delle lotte contro il potere: le lotte operaie, le lotte di
liberazione, le lotte di emancipazione femminile”.
Crede che
sia questa la prospettiva del “popolo di Seattle”?
“E’ evidente”.
E quali sarebbero gli scopi di questa nuova lotta?
“Il primo effetto della globalizzazione è la
cittadinanza universale: le masse di diseredati che spingono alle nostre
frontiere, in un mondo globalizzato, hanno diritto di cittadinanza secondo il
principio di Caracalla, quello che diede cittadinanza diffusa nell’impero
romano. Poi cìè il diritto ad un salario garantito. E il diritto al controllo
delle politiche di riproduzione della vita: le bio-tecnologie non sono un male,
a patto che non sia il capitale a controllarle”.
Quando nasce l’Impero?
“Dal ‘68. Dopo il ‘68 nulla è stato più uguale. E’
uscito di scena l’imperialismo, che è stato battuto: per esempio in Vietnam, o
con la caduta del Muro. L’imperialismo non ha nulla a che fare con L’Impero: è
ancora un’espressione degli stati nazionali, degli Stati Uniti o dell’Urss. Il suo ‘68 sembra un momento storico
fondamentale... “Certo, come il ‘48
dell’Ottocento. Da allora cessa la centralità operaia - che non vuol dire che
gli operai non ci siano più, solo che non sono la classe egemone culturalmente
- e si modifica il concetto di libertà. Cambiano gli attori della lotta di
classe. Con il ‘68 si passa dall’epoca moderna a quella post-moderna”.
Che cosa vuol dire?
“Non ci sono più Paesi ricchi e Paesi poveri, come
accadeva al tempo degli stati nazionali. Ci sono ricchi e poveri che convivono,
a prescindere dai confini degli Stati. Nel terzo mondo ci sono classi dirigenti
che hanno studiato nelle università occidentali e sono integrate nell’Impero,
anche se magari a livelli bassi. In Occidente ci sono fasce di povertà che ne
sono escluse. Il capitalismo globale produce una dittatura anche più pressante
e illiberale che nel passato: perchè vuole condizionare ogni zona della vita individuale,
i consumi, la cultura, gli stili di vita”.
C’è collegamento tra gli sfruttati di questo nuovo
mondo?
“La condizione del cittadino dell’Impero è meno
diversificata che in passato. C’è molta
più affinità, oggi, tra un italiano del Nord ed uno del Sud, tra un europeo ed
un filippino. Fino a pochi decenni fa non avrebbero saputo comunicare, neppure
capirsi, oggi lo fanno anche grazie alla lingua globalizzata, alla cultura
unica. Hanno gli stessi bisogni, ma anche le stesse ragioni per lottare”.
Quando dice Impero, lei pensa ad un gruppo di
persone che decide, che si riunisce da qualche parte, un super-governo?
“Evidentemente no. Le esigenze della produzione e
del capitale si impongono da sole. Se c’è contrasto fra loro, si mediano.
Prevalgono i grandi interessi reali in comune”.
Come immagina le lotte del futuro? Una rivoluzione?
“La rivoluzione è uno strumento non praticabile. C’è
un certo tasso di comunismo, nella nostra teoria, certo non il comunismo
staliniano nazionalista. La caduta del Muro, per me, è stata la festa delle
libertà, la fine di un’oppressione”.
E allora? Si lotta per le riforme, per una via
socialdemocratica?
“E’ assurdo porre il problema in questo modo.
Rivoluzione, socialdemocrazia: sono categorie non più adeguate. Dove approderà,
questa realtà, è difficile dirlo, ma certo è un’epoca di grandi sommovimenti”.
E l’Italia? Come la vede?
“In Italia, più che altrove, si vive una situazione
politica indifferenziata. I governi di sinistra hanno prodotto risultati di
tutt’altra ideologia: l’ossessione repressiva, per esempio. Nelle carceri si è
tornati agli anni dell’isolamento e dell’orrore. Stiamo parlando di persone
vere, di carne viva. Il welfare è stato, in gran parte, delegato a privati -
volontari, parrocchie - senza pagare una lira e abbattendo il livello dei
servizi. Sono esempi sconcertanti”.
Dà un giudizo molto negativo della sinistra
italiana?
“La sinistra italiana ha escluso, represso,
incarcerato una generazione. Persone
dichiarate poi innocenti, e non parlo di me, hanno trascorso anni in galera.
Altrove stanno al governo. Credo che anche questa sia una delle ragioni del
bassissimo livello del personale politico della sinistra italiana”.
Ma non si interroga mai su ciò che è costato
applicare la teoria, quella dei libri, alla realtà?
“Sì, certo. Poteva andare meglio, ci sono stati
errori. Ma le cose non hanno mai un solo volto. Cosa hanno fatto gli
interlocutori? Si poteva distinguere tra chi non era disponibile al dialogo e
chi poteva essere recuperato...”.
Lei era recuperabile?
“Io? Direi di sì. Ma non me lo ha chiesto
nessuno...”.
Toni Negri è stato docente a Padova e leader di
Autonomia Operaia. Condannato (insurrezione armata contro lo Stato), è in
semilibertà. Negri è stato in Francia, in esilio, per 14 anni. Durante questo
periodo ha insegnato alla Scuola Normale Superiore di Rue d’Ulm e all’Università
di Paris VII. Il suo ultimo libro, “Empire” non è stato tradotto in Italia.